Era il 7 Febbraio del 2014. Fuori pioveva, il buio incalzava e il mondo continuava a girare tranquillamente, mentre la vita di Lucio Gentili, che da sempre vegliava su tutte le altre dall’alto dell’appartamento al decimo piano, stava per affogare in un cocktail di Tavor, Prozac e Bushmills.

La sua figura eretta dominava lo spazio. Tutto era al suo posto.

La polvere non l’aveva avuta vinta neanche in quell’ultima battaglia. Il parquet splendeva e i suoi piedi nudi ne percepivano il caldo lindore. Il pavimento riscaldabile era stata decisamente una buona idea, si disse. Finì di abbottonarsi la camicia, scelse con cura la cravatta e indossò la giacca migliore. Fissò per qualche secondo nello specchio i suoi occhi insonni, prima di estrarre dalla tasca il fidato pettine per la barba. Un tempo era stato un pettine per capelli, quando ne aveva ancora.

Si ritrovò a fissare la libreria. Lo sguardo corse minuzioso tra gli scaffali, fino a rilassarsi su un libro sullo scompartimento in alto a sinistra. Si alzò sulle punte e distese il braccio destro per afferrarlo: Abbaiare stanca, di Daniel Pennac. Il primo libro. L’inizio del viaggio. Lo infilò nella tasca sinistra della giacca e si sedette sul divano. Dopodiché accarezzò il libro che lo aveva accompagnato negli ultimi giorni e lo mise nella tasca destra. La casa tonda, di Louise Erdrich. Fine del viaggio.

Sciolse le pastiglie nel bicchiere di whisky e si sforzò di essere felice ancora una volta. Finalmente l’avrebbe avuta vinta. Tutto sarebbe andato al suo posto. In fondo era come con le stanze di un appartamento. Sua madre glie lo diceva sempre. Mettere in ordine la casa serve a riordinare le idee, in primo luogo. Come aveva fatto a non capirlo? Come aveva potuto non darle retta? La paura si era costruita una fortezza e lui non se n’era accorto. L’aveva conosciuta, cullata, assecondata e, infine, ignorata. Si era distratto. Le sue emozioni si erano distratte, fino a quando si erano rese conto di essere rimaste chiuse fuori.

Alzò il bicchiere verso la libreria. “Salute” – disse. O forse lo pensò e basta.

Guardò un attimo all’interno del bicchiere. Cercava qualcosa, il Signor Gentili. Una motivazione, un ricordo, una scusa per alzarsi, godersi di nuovo il tepore del pavimento e lasciare che quell’idea malsana si perdesse nelle tubature del rubinetto, insieme ai veleni della città e a chissà quante altre idee incompiute. Fissò il cubetto di ghiaccio mentre galleggiava leggero su quel suicidio premeditato. Per un attimo alcuni ricordi presero il sopravvento. Dettagli, nascosti nella memoria da anni, che ora uscivano allo scoperto in aiuto alla debolezza. Nient’altro che attimi di una vita, secondi che bastano a renderla unica e inimitabile. Si rivide alle elementari, mentre la sua mano cercava il panino col salame ungherese nella tasca destra del grembiule; poi nella sua macchina, adolescente, mentre cantava con gli amici i cori della sua squadra e pensava che in fondo bastava così poco per sentirsi nel posto giusto; e infine rivide Daniela, con le braccia che stringevano le ginocchia al petto, mentre lo ascoltava senza dire una parola, seduta sulla panchina dove lui era cresciuto e dove, nella sera del loro primo incontro, aveva fatto sedere lei.

Per un attimo sorrise, o forse credette di farlo, e subito dopo il ripensamento arrivò, sotto forma dei piedi freddi di Daniela che cercavano riparo tra le sue gambe, prima di rannicchiarsi su di lui e lasciare che le sue mani la toccassero nei punti giusti e trasformassero quella stanchezza in una voglia morbosa.

Per quell’attimo, solo per quell’attimo, ci ripensò e appoggiò il bicchiere sul tavolino, lasciando che il galleggiare spensierato del ghiaccio si scuotesse.

Ma poi ebbe paura. Paura di fallire di nuovo, paura di tornare ad avere paura.

Riprese in mano il bicchiere e controllò di nuovo il suo interno, come se temesse che non fosse sufficiente, come se ritenesse che la morte non potesse avere quel colore.

Bevve.

Poi, improvvisamente, si ricordò della prima volta che aveva incontrato quella sensazione e immediatamente l’aveva assecondata.

Stava facendo il solito bagno clandestino nella piscina del suo campeggio, dopo aver mangiato un panino innocente, noncurante degli avvertimenti materni, quando un’imprevista pesantezza all’altezza della bocca dello stomaco lo aveva ammutolito. Eccola, la morte, aveva pensato. Sua madre aveva ragione. Perché l’aveva sfidata? Perché aveva sfidato la morte? Il panico si era impadronito del suo corpo e la mente, sin da subito, lo aveva assecondato, confondendo quella paura con una specie di saggezza. Era uscito dall’acqua, si era avvolto nell’accappatoio ed era rimasto in attesa dell’epilogo. Durante quell’attesa iniziò a morire. Aveva dieci anni.

Lasciò il ghiaccio arenato sul fondo del bicchiere, in attesa che la sua dissoluzione ne bagnasse di nuovo i bordi, e si mise comodo, in attesa. La libreria di fronte a lui si fece gradualmente meno nitida. Tutto era al suo posto.

Sentì il calore del whisky scandire le tappe del suo passaggio e, paradossalmente, si sentì vivo.

Il corpo si stava facendo sempre più pesante e il sonno incombente iniziava a cullarlo, quando gli venne in mente che non ricordava più il sapore della neve. Avrebbe tanto voluto mangiare ancora una volta la neve.

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